sabato 15 dicembre 2012

La poetica surreale che può salvarci dall'apatia - Anderson, Dayton e Faris come esempi di cinema sentimentale

Due titoli prenatalizi allietano le sale italiane in questi giorni, prima dell'evento mediatico "Hobbit" e delle squallide commedie delle feste, confezionate per spettatori unicellulari che si accalcano ai botteghini per ridere a battute insulse. Si tratta di "Moonrise Kingdom" di Wes Anderson e "Ruby Sparks" della coppia di registi Jonathan Dayton e Valerie Faris, due piccoli gioielli che colpiscono per la loro purezza, semplicità di linguaggio, ma nello stesso tempo complessità di tematiche e sentimenti trattati.

Il primo film è una romantica storia d'amore tra due adolescenti, che, stanchi della noiosa esistenza che conducono e certi di non voler diventare come gli stolti adulti che li circondano, decidono di attuare la più classica delle fughe d'amore, con tanto di ricerca di un proprio paradiso personale e scambio di "promesse matrimoniali". Il poco più che quarantenne Anderson ci ha ormai abituato al suo stile onirico e surreale, pervaso di ironia malinconica e tristezza romantica, da "Rushmore" per passare alle commedie più conosciute "I Tenenbaum", "Steve Zissou" e "Il treno per Darjeeling" fino alla tecnicamente perfetta animazione con humour britannico di "Fantastic Mr. Fox". La novità di questa pellicola è la storia d'amore romantico che permea tutta la narrazione, che lascia meno spazio agli atteggiamenti cinici ed improbabili di certi personaggi delle precedenti storie, per dare più spazio ai sentimenti di tenerezza ed innocenza e perché no, anche ad un po' di sana avventura, pervasa di quello spirito imprudente dei giovani sognatori. Io ho davvero volato con la fantasia insieme a Sam e Suzy, lungo il sentiero antico dei Cich-chaw fino alla baia poeticamente rinominata "Moonrise Kingdom" e il mio cuore si è stretto con il loro quando, con una fermezza impensabile per gli adulti, si sono legati l'uno all'altra senza il minimo dubbio.
 Vi sono inoltre, in puro stile Anderson, tanti piccoli siparietti che riguardano il mondo quasi estraneo dei "grandi", scene che delineano come il regista inquadri i personaggi "maturi" come naufraghi in balia delle onde della loro stessa vita, perlopiù stanchi della stessa, che si trascinano come ombre in un'esistenza piatta e priva di vere emozioni; sono i momenti nei quali la satira di Anderson torna prepotentemente a galla, senza comunque incidere troppo nella poetica della storia.

La pellicola di Dayton e Faris, autori della meravigliosa commedia "Little Miss Sunshine", è forse più complessa, trattando temi come l'asocialità e l'amore (ma per se stessi) in una vita di coppia quanto mai irreale: infatti i protagonisti del film sono uno scrittore e la sua creazione femminile, principale personaggio del suo prossimo romanzo, che incredibilmente prende vita e si manifesta nell'esistenza del suo autore. Kalvin, il giovane scrittore, ritenuto un genio per aver pubblicato a meno di 20 anni un romanzo di successo, è nella classica crisi da secondo lavoro, quando, dopo aver sognato la ragazza "perfetta" la descrive su carta ed ella gli appare; non è visibile solo da lui, come inizialmente può sembrare, ma da tutti! Kalvin ha letteralmente dato vita ai suoi sogni e può controllare anche la sua creazione tramite la scrittura, ma si accorgerà presto che la vita reale è ben diversa dall'onirico e anche il controllo che può esercitare non garantisce la felicità. Leggendo tra le righe della commedia romantica, si trovano concetti importanti quali l'insicurezza, il narcisismo e l'egoismo che abita i nostri angoli più profondi, la necessità di governare la relazione con l'amato/a e la costante paura che quest'ultima ci sfugga dalle mani.
In uno dei punti più intensi del film il protagonista viene accusato di amare solo se stesso e dopo poco dimostra di avere un lato oscuro e di potersi quasi trasformare in carceriere, pur di non perdere il proprio amore...ma forse il cuore può fare la scelta giusta e vincere il desiderio, perché se innamorarsi è un atto di magia, allora tutto è possibile.

lunedì 5 novembre 2012

"V for Vendetta" di Alan Moore e David Lloyd - Ricorda per sempre il 5 di novembre...


“Salve, cara Signora. Serata deliziosa, vero? Perdoni il disturbo. Forse voleva fare una passeggiata. Forse ammirava solo il panorama. Non importa. Pensavo fosse ora di fare due chiacchere, Lei ed io. Ah…dimenticavo che non ci siamo presentati. Io non possiedo un nome. Lei può chiamarmi V.”
“Salve, Madame Giustizia.”
“Buona sera, V.”
“Ecco fatto. Ora ci conosciamo. A dire il vero, La ammiro ormai da tempo. Oh, lo so cosa pensa…”
“Il povero ragazzo ha una cotta per me…un’infatuazione adolescenziale.”
“Le chiedo scusa, Madame. Non è affatto così. E’ molto che La ammiro…quantunque solo da lontano. Quando ero bambino La fissavo dalla strada. Dicevo a mio padre: “Chi è quella Signora?” E lui rispondeva: “E’ Madame Giustizia”. E io rispondevo: “Quanto è bella”. La prego di non pensare che fosse solo una cosa fisica. So che Lei non è una di quelle. No, io La amavo come persona. Come ideale. Ma è stato molto tempo fa. Temo che ora ci sia un’altra…”
“Cosa? V! Vergogna! Mi hai tradito per una sgualdrina. Per una donna vana con le labbra imbellettate e il sorriso malizioso!”
“Io, Madame? Mi permetto di dissentire! E’ stata la sua infedeltà a spingermi tra le braccia di un’altra. Ah-ah! Questo l’ha sorpresa, vero? Pensava che io non sapessi del suo piccolo flirt. Ma lo so. Io so tutto. Non sono rimasto sorpreso quando l’ho scoperto. Lei ha sempre avuto un debole per gli uomini in uniforme.”
“In uniforme? Oh bella, non so proprio di cosa sta parlando. C’è sempre stato Lei, V. Lei è stato il solo…”
“Bugiarda! Sgualdrina! Puttana! Neghi pure di avergli lasciato fare ciò che voleva. Con la sua fascia al braccio e la sua prepotenza! Allora? Ha perso la lingua?...E’ quanto pensavo. Molto bene. Alla fine Lei è svelata. Non è più la mia Giustizia. E’ la sua Giustizia ora. Ha giaciuto con un altro. Beh, Le ho reso la pariglia.”
“Sob! Sigh! Ch-chi è Lei, V? Qual è il suo nome?”
“Il suo nome è Anarchia. E come amante mi ha insegnato più di quanto Lei abbia fatto mai! Anarchia mi ha insegnato che la Giustizia nulla significa senza la Libertà. E’ onesta. Non fa promesse e non ne infrange. Diversamente da Lei, Gesebel. Un tempo mi chiedevo perché non mi guardasse mai negli occhi. Ora lo so. Allora addio, cara Signora. Sarei addolorato della nostra separazione, ma non è più la donna che un tempo amavo.”

“Buona sera, Londra. Pensavo fosse ora di scambiare due chiacchere. State comodi? Allora comincio…Suppongo ti chieda perché ti ho chiamato qui stasera. Vedi, uomo non sono del tutto soddisfatto del tuo recente rendimento…temo che il tuo lavoro stia perdendo colpi, e…e, beh, purtroppo abbiamo pensato di mandarti via. Oh, lo so, lo so. Ormai è tanto che lavori per l’azienda. Quasi…fammi vedere. Quasi diecimila anni! Cielo, come vola il tempo! Sembra solo ieri…ricordo il giorno in cui hai iniziato il tuo impiego, appena sceso dall’albero, col viso fresco, nervoso, un osso stretto nel pugno arruffato…”Da dove comincio, Sir?” Hai chiesto, mestamente. Ricordo le mie parole: “Laggiù c’è una pila di uova di dinosauro, giovanotto.” Dissi, sorridendo paterno. “Comincia a succhiare”. Beh, da allora ne abbiamo fatta di strada , vero? E sì, sì, hai ragione, in tutto questo tempo non sei mancato un giorno. Ben fatto, mio buon servo fedele. Inoltre, non pensare che io abbia dimenticato il tuo notevole stato di servizio, o tutti i tuoi preziosi contributi all’azienda…Il fuoco, la ruota, l’agricoltura…è una lista impressionante, vecchio mio. Davvero impressionante. Non fraintendermi. Ma…beh, ad essere sinceri, abbiamo avuto anche i nostri problemi. Non lo si può negare. Sai da cosa penso siano stati provocati? Te lo dico io…E’ la tua fondamentale riluttanza a far progressi nell’azienda. Pare che non voglia affrontare nessuna vera responsabilità, o essere il capo di te stesso. Dio lo sa, quante opportunità ti sono state date…ti abbiamo spesso offerto una promozione, e ogni volta ci hai deluso. “non ce la farei mai, direttore”. Ci persuadevi. “Io so stare al posto mio”. Siamo sinceri, nemmeno ci provi, vero? Vedi, sei stato fermo troppo tempo, e lo si vede nel tuo lavoro…e, potrei aggiungere, nella qualità generale del tuo comportamento. I continui litigi nel reparto produzione non sono sfuggiti alla mia attenzione…né i recenti atti di teppismo nella mensa aziendale. Poi naturalmente c’è…hmm. Beh, non volevo tirare fuori l’argomento, ma…Vedi, ho sentito voci inquietanti sulla tua vita personale. No, non importa chi me le ha dette. Niente nomi, niente punizioni…Ho saputo che non vai d’accordo col coniuge. So che litigate. Mi hanno detto che urli. Si è parlato di violenza. Una fonte attendibile mi dice che ferisci sempre chi ami…chi non dovresti mai ferire. E vogliamo parlare dei bambini? Sono sempre i bambini a soffrire, come ben sai. Poveri piccoli. Che possono mai capire? Che possono capire delle tue angherie, della tua disperazione, della tua codardia, delle intolleranze che ti sei coltivato dentro? Così proprio non va, vero? E non serve dare la colpa del calo del lavoro a una cattiva amministrazione…anche se in effetti l’amministrazione è pessima. Infatti, non usiamo eufemismi, l’amministrazione è terribile. Abbiamo avuto una sfilza di malversatori, imbroglioni, bugiardi e maniaci che hanno preso una sfilza di decisioni catastrofiche. E’ un fatto assodato. Ma chi li ha eletti? Sei stato tu! Tu che hai nominato queste persone! Tu che hai dato loro il potere di prendere decisioni per te! Per quanto io possa ammettere che sia lecito fare un errore una volta, fare gli stessi errori letali un secolo dopo l’altro mi sembra pura e semplice premeditazione. Hai incoraggiato questi incompetenti criminali che hanno ridotto a un macello la tua vita lavorativa. Hai accettato i loro ordini insensati senza sollevare dubbi. Hai permesso loro di riempire il tuo spazio lavorativo di macchine pericolose. Potevi fermarli. Dovevi soltanto dire “No”. Non hai una spina dorsale. Non hai orgoglio. Non sei più un elemento prezioso per l’azienda. Tuttavia, sarò generoso. Ti saranno concessi due anni per mostrarmi un miglioramento. Se alla fine del periodo sarai ancora restio a fare tentativi…sarai liquidato. Questo è tutto. Puoi tornare al tuo lavoro.”


“Non basta affidarsi troppo alle maggioranze silenziose. Perché è cosa fragile il silenzio…Un rumore forte e via. Ma è tanto intimorito il popolo. Tanto disorganizzato. Sì, potrebbe cogliere qualcuno l’opportunità per protestare. Ma sarà solo una voce che urla nel deserto. Il rumore si rapporta solo al silenzio che lo precedeva. Nella quiete più assoluta, più sconvolgente è il tuono. E’ da generazioni che i nostri leader non sentono la voce del popolo, Eve…e questa è molto, molto più forte di quanto vogliono ricordare…Questa è la Terra del Prendi-ciò-che-vuoi. Anarchia vuol dire “senza capi” non “senza un ordine”. Si ha con l’anarchia un’età dell’ordnung. Di un ordine vero, ossia di un ordine volontario. Questa età dell’ordnung avrà inizio quando il folle ed incoerente ciclo del verwirrung di queste notizie il suo corso avrà compiuto. Non è anarchia questa, Eve. Questo è caos…L’ordine involontario genera insoddisfazione; madre del disordine; creatrice della ghigliottina. Le società autoritarie sono simili al pattinaggio artistico. Intricate, dal preciso meccanismo e precarie, soprattutto. Sotto il manto fragile della civiltà ribolle il caos più gelido…e in alcuni punti il ghiaccio è più sottile e infido…Quando scopre il caos alle calcagna, l’autorità considera le più ignobili macchinazioni per conservare la facciata d’ordine…ma è sempre ordine senza giustizia. Ordine senza amore o libertà. E non può posporre la discesa del mondo suo nel pandemonio. L’autorità due ruoli ammette: il torturatore e il torturato; muta il popolo in un manichino senza gioia; che odia e che ha paura, mentre la cultura affonda nell’abisso. L’autorità deforma l’educazione dei suoi figlioli, e fa del loro amore un combattimento tra galli…”




Alan Moore e David Lloyd conferiscono piena dignità al fumetto d’autore, e aprono la strada al mondo straordinario delle graphic novels. Autori come Frank Miller e Neil Gaiman devono tantissimo allo stregone di Northampton e alla sua visionaria immaginazione che ha creato un futuro possibile, ma non auspicabile; le illustrazioni e i colori di Lloyd, uomo posato e riservato che ho avuto il piacere d’incontrare a Lucca Comics, evocano un’atmosfera insana e lugubre, in un paese dove non sembra più splendere il sole. La riflessione sulla mancanza di libertà che affligge un popolo di una nazione guidata da un governo totalitario, riporta alla mente grandi maestri del passato come Ray Bradbury o George Orwell, lanciando però una luce nuova su un protagonista inconsueto, forgiato dal fuoco del dolore e della disperazione; un personaggio disturbato, lo capiamo a partire dal suo bizzarro, ma coerente look, con un piano chiaro in mente fin dalla sua prima entrata in scena, avvolto da un alone di mistero che mai verrà dissipato nel corso della storia. E’ vero che nella parte centrale si vengono a sapere più informazioni su V, ma in realtà il lettore non conosce mai la sua vera identità e finisce per inquadrare questa figura carismatica come un ideale, uno spirito vendicativo che però non è solo fine a sé stesso, ma persegue uno scopo di destabilizzazione e ricostruzione di un intero paese. Il protagonista V guida il popolo - e il lettore stesso - nel processo di catarsi della malata Inghilterra post bellica e lo fa con la consapevolezza che, oltre che della violenza necessaria, ci si dovrà servire di cultura e ideali puri. L’anarchia è il mezzo con il quale si deve distruggere il castello di carta del governo totalitario, perché la giustizia è ormai divenuta una creatura poco affidabile, una concubina delle malvagie forze che guidano la nazione, ha venduto la sua fedeltà al nemico. Questa giustizia, che con promiscuità s’unisce a chiunque la desideri, e non solo, come utopicamente dovrebbe essere, ai puri e ai giusti appunto, viene simbolicamente abbandonata e distrutta da V nell’eccezionale monologo (finto dialogo) sul tetto dell’Old Bailey: una sintesi perfetta della visionarietà di Moore e di Lloyd, che descrivono perfettamente la lucida follia di V, completamente votata al rinnovamento del suo mondo. Altro splendido monologo è il discorso di V sulla rete nazionale: il datore di lavoro (Dio o qualsiasi entità superiore) critica il modo nel quale l’azienda (il pianeta Terra che ci ospita e ci “stipendia” con le sue innumerevoli risorse) viene mal guidata dai dipendenti (il genere umano, ozioso, poco intraprendente e irresponsabile), eviscerando una serie di terribili difetti della nostra specie. L’anarchia è la medicina per guarire la nazione malata, prima di essa è necessario, anche se pericoloso, introdurre il caos che destabilizzi l’ordine infetto e distrugga il totalitarismo che non permette al popolo di scegliere quale via seguire. Eliminare i capi che governano un stato corrotto per ristabilire giustizia e ordine dal basso, dalla gente comune, che non aspetta nient’altro che poter gridare la propria rabbia e insofferenza. Se il linguaggio di un paese non è più quello del dialogo e del buon senso, forse ci si deve adattare a parlare l’unico idioma che i capi sono in grado di comprendere, quello della violenza, mai gratuita, ma a volte indispensabile per dare una radicale svolta ad un’esistenza bieca e insostenibile. Quante di queste affermazioni potrebbero esser adatte anche alla nostra penisola?

lunedì 5 marzo 2012

"Soffocare" di Chuck Palahniuk - Il controllo è tutto: ci illudiamo di ottenerlo?

“Esiste il contrario del déja vu. Lo chiamano jamais vu. E’ quando incontri le stesse persone o visiti gli stessi posti in continuazione, ma ogni volta è come fosse la prima. Tutti sono sconosciuti, sempre. Niente risulta mai familiare.”

“Diciamocelo: in un mondo senza più Dio, il nuovo dio non sono forse le madri? L’ultimo bastione sacro e inespugnabile. Che la maternità sia l’ultima magia perfetta, l’ultimo miracolo? Ma è un miracolo impossibile per gli uomini. Che gli uomini dicano tanto di essere felici di non dover partorire, per via del dolore e del sangue, ma che in realtà la loro sia tutta invidia? Di sicuro gli uomini non sanno fare nulla di tanto incredibile. Muscolature superiori sviluppate, pensieri astratti, falli: tutti gli apparenti vantaggi degli uomini sono in realtà più che altro simbolici. Con un fallo non ci pianti nemmeno un chiodo. Le donne nascono già talmente avvantaggiate, a livello di capacità. Se un giorno gli uomini impareranno a partorire allora sì che si potrà cominciare a parlare di parità di sessi.”

“Il linguaggio altro non è che il nostro personale modo di spiegare lo splendore e la meraviglia del mondo. Per decostruirlo. Liquidarlo…la gente non è in grado di reggere la vera bellezza del mondo. Il fatto che non possa essere spiegata o compresa.”

“In un mondo in cui tutti quanti non fanno altro che aspettare ciecamente questa o quella catastrofe, questo o quella malattia fulminante, chi ha una dipendenza perlomeno sa a grandi linee cosa lo aspetta dietro l’angolo. Ha assunto una parvenza di controllo  sul suo destino, e la dipendenza fa si che per questa persona il modo in cui morirà non sia un mistero. In un certo senso, avere una dipendenza è sinonimo di intraprendenza. Una bella dipendenza come si deve toglie alla morte l’elemento sorpresa. Perciò si può progettare la propria fine, eccome.”

Palahniuk in gran spolvero. Il folle cantore dell’allucinata realtà quotidiana nella quale viviamo in perfetta forma. Il terzo romanzo di questo autore che ho letto, non mi ha deluso per nulla e l’ho trovato quasi al livello di Survivor, che resta secondo me il suo capolavoro. Uno scansafatiche di circa trent’anni, figurante in parco tematico che ricostruisce l’epoca dei padri pellegrini americani, sesso dipendente, di padre ignoto e con una madre con l’Alzaimer avanzato che non lo riconosce, si inventa un metodo originale per arrotondare lo stipendio: soffocare in un ristorante. Ogni volta in un locale differente, perché ci sarà sempre qualcuno pronto a salvarlo, a fargli sputare il troppo cibo ingerito e andato “volontariamente” a intoppargli le vie respiratorie e digestive, un medico, qualcuno del pronto intervento, oppure più semplicemente un uomo qualunque che colga al balzo l’occasione per dare un’impennata alla sua noiosa vita i tutti i giorni. Infatti Victor Mancini, il protagonista della storia, soffocando di proposito si sente un vero e proprio salvatore di questi esseri tristi e impantanati in un’esistenza troppo convenzionale; nello stesso tempo il salvatore, dopo aver ottenuto il suo momento di gloria ed esser divenuto un piccolo ma importante eroe, sarà ben lieto di iniziare una corrispondenza col proprio “salvato” e di aiutare economicamente con un assegno annuale la povera anima strappata ad una fine prematura. Soprattutto perché questa povera anima ha donato al salvatore la sua eterna gratitudine e sentirsi importanti, vittoriosi, emergere dalla massa, significa tutto per un’umanità lobotomizzata dalla convenzionalità. Mi pare che il fulcro centrale della vicenda sia la perenne ricerca del controllo. Palahniuk sviluppa le azioni e i pensieri dei personaggi sempre in relazione con questo concetto di fondo, a tratti velato da altre considerazioni, a volte invece esplicitato nel testo. Per prima cosa il “dono” che il protagonista fa ai suoi salvatori, questa illusione di aver salvato una vita, in fondo una truffa rivestita di una dubbia moralità, si giustifica con il desiderio di controllare l’esistenza di qualcun altro, di poter essere padrone di una decisione e di un’azione così importante. In seguito la brama del controllo si può riscontrare nella ricerca ossessiva di Victor delle sue origini e del suo vero padre, per avere il possesso della propria identità; nella dipendenza dal sesso, che rappresenta un modo per avere dei punti fermi, una routine malsana in una vita che il destino può sconvolgere da un momento all’altro con catastrofi o malattie; oppure infine il peso del controllo si può intuire in un concetto astratto che mi ha molto colpito: la necessità di spiegare col linguaggio la bellezza del mondo e della realtà che ci circonda, una manifestazione meravigliosa che non può essere sintetizzata con le parole, ma che noi abbiamo l’idea di dover dominare e di dover definire. A questo si lega il pensiero che l’irreale è più potente del reale, perché se anche possiamo illuderci di circoscrivere la realtà che ci circonda con il linguaggio, non possiamo in definitiva imbrigliare l’immaginazione, le idee, i concetti, che sopravvivono alla materia. Controllare ogni aspetto della nostra vita non è possibile, possiamo solo illuderci di farlo. Lasciare che il passato delinei il nostro futuro è una soluzione che ci rende vuoti e assetati. Inventarci qualcosa di meglio e credere nella nostra immaginazione è presumibilmente la via da seguire per fuggire alla noia e dalla malinconia di un mondo immobile.



P.S.: il film del 2008 di Clark Gregg, pur avendo vinto il premio della Giuria al Sundance Film Festival, perde i concetti più importanti del testo e si sviluppa in maniera meno intimista, comunque è una piacevole visione, dopo aver letto il libro, mi raccomando!


“Le leggi che ci permettono di vivere sicuri sono le stesse che ci condannano alla noia. Se non possiamo accedere al caos autentico, non avremo mai autentica pace. Se le cose non hanno la possibilità di peggiorare, non miglioreranno…L’irreale è più potente del reale. Perché la realtà non arriva mai al grado di perfezione cui può spingersi l’immaginazione. Perché soltanto ciò che è intangibile, le idee, i concetti, le convinzioni, le fantasie, dura. Le pietre si sgretolano. Il legno marcisce. La gente, bé…la gente muore. Ma le cose fragili, come un pensiero, un sogno, una leggenda, durano in eterno.”

sabato 25 febbraio 2012

"Invisible Monsters" di Chuck Palahniuk - Il sanguinoso cinismo del mondo della moda.



“Ormai quando sul giornale vedo la foto di una ventenne che è stata rapita e sodomizzata e derubata e poi uccisa e accanto c’è una foto tutta pagina di lei giovane e sorridente, invece di pensare che questo sia un crimine grande e triste, la mia reazione istintiva è, wow, sarebbe una gran fica se non avesse quel nasone. La mia seconda reazione è che è meglio che io abbia pronto qualche bel primo piano di me nel caso venga rapita e sodomizzata a morte. La mia terza reazione è, bé, almeno così si riduce la competizione.”

“Per tutto questo tempo, sono stata calma. Ero il ritratto della calma. Mai, mai sono stata presa dal panico. Ho visto il mio sangue e muco e denti spiaccicati su tutto il cruscotto subito dopo l’incidente, ma l’isteria è impossibile senza un pubblico. Farsi prendere dal panico da soli è come ridere da soli in una stanza vuota. Uno si sente veramente stupido.”

"Quand’è che il futuro è passato dall’essere una promessa a essere una minaccia?...Solo quando inghiottiremo questo pianeta Dio ce ne darà un altro. Saremo ricordati più per quello che distruggiamo che per quello che creiamo…Quando non sappiamo chi odiare, odiamo noi stessi…Niente di me è originale. Sono il risultato dello sforzo di tutti quelli che ho conosciuto…Quello che ami e quello che ti ama non sono mai, mai la stessa persona.

"Non esiste nessun reale tu in te. Perfino il tuo corpo fisico, tutte le tue cellule saranno rimpiazzate entro otto anni. Pelle, ossa, sangue, e trapianto di organi da una persona all’altra. Anche quello che c’è già dentro di te, le colonie di microbi e di vermi che mangiano il tuo cibo per te, senza di loro moriresti. Niente di te è tuo fino in fondo. Tutto di te è ereditato.

Sei un prodotto del nostro linguaggio e di come sono le nostre leggi e di come crediamo che Dio ci voglia. Ogni minima molecola di te è già stata pensata da qualche milione di persone prima di te. Qualsiasi cosa tu faccia è noiosa e vecchia e va perfettamente bene. Vai sul sicuro perché sei intrappolata dentro la tua cultura. Qualsiasi cosa tu concepisca va bene perché riesci a concepirla. Non riesci a immaginare nessuna via di fuga. Non c’è via di scampo. Il mondo è la tua culla e la tua trappola.

Il modo migliore è di non combattere, lascia perdere. Non cercare sempre di aggiustare le cose. Quello da cui scappi non fa che rimanere con te più a lungo. Quando combatti qualcosa, non fai che renderla più forte. Non fare quello che vuoi. Fai quello che non vuoi. Fai quello che sei allenata a non volere. Il contrario della ricerca della felicità. Fai le cose che ti spaventano di più.

Palahniuk incontra il terribile mondo delle modelle e del conseguente culto dell’aspetto: non può che scaturirne una tempesta dalla quale nessuno può salvarsi. La storia di Shannon McFarland è degna di un incubo di David Lynch e il lettore se ne accorge subito, dal momento che apprende fin dalle prime pagine che la protagonista, un tempo bellissima modella sulla cresta dell’onda, ha il volto sfigurato da un colpo di fucile, privato della mandibola e dunque somigliante a un vero e proprio mostro, con la lingua che penzola da una cavità ormai priva delle sue funzioni, dalla comunicazione alla semplice alimentazione. Dovrà riacquisire la capacità di esprimersi e imparare a nutrirsi con pappe e omogeneizzati, in un arduo percorso che la fa regredire ad una sorta di nuova infanzia, un periodo nel quale deve reinventare la sua stessa persona. 
In questo viaggio viene accompagnata da Brandy Alexander, una transessuale che sta per terminare il suo percorso di mutazione di sesso verso la totale femminilità, e Seth, un apparentemente misterioso compagno di avventura di Brandy; con queste due figure totalmente anticonformiste Shannon si muove per l’America, visitando case in vendita, rubando i farmaci che trovano in esse e rivendendoli, senza tralasciare l’abuso occasionale degli stessi. Ma al di là del viaggio materiale dei personaggi, è importante seguire la travagliata tempesta di pensieri che infuriano nella mente di Shannon, la nuova consapevolezza che si forma in lei dopo il fatale incidente al suo viso. Sembra che la Shannon cinica e seguace dell’idolatria dell’aspetto fisico, una splendida ninfa che pensa che si riduca la competizione se muore una giovane bella ragazza, una dea dell’immagine che crede che per mettere in mostra la sua bellezza si debba essere perennemente confrontata con una persona più brutta, in modo da non sfigurare, un’isterica creatura che ritiene di esser viva solo se qualcuno può testimoniare le proprie azioni e reazioni (e in questo è simile a certe considerazioni di Tender Branson protagonista di “Survivor”, quando dice che “non c’è ragione di fare nulla, se nessuno ti guarda”), sembra che queste caratteristiche presenti nella Shannon pre-fucilata, vengano progressivamente spazzate via dalla furia annientatrice della mentore Brandy, e dalle riflessioni della Shannon “risorta a nuova vita”, come se lo sfregio fisico abbia avviato un processo mentale prima impossibilitato a procedere. Oltre ai cambiamenti psicologici della protagonista, che si sviluppano nell’abito di una società che adora le immagini piuttosto che i contenuti, tra i temi principali della sessualità (soprattutto omosessualità), dell’abuso di farmaci per apparire “belli” e della scioccante frivolezza della gente comune, il motore principale della narrazione è il sentimento di vendetta; è questo infatti che spinge Shannon a cercare chi le ha sparato in quell’orribile giorno, chi le ha cambiato così radicalmente l’esistenza, chi l’ha tramutata da una dea in carne e ossa, in un mostro invisibile di carne martoriata. Il lettore si appassiona a questa ricerca e segue i ricorrenti flashback della storia per indagare con la protagonista e formulare un’ipotesi su chi possa essere il colpevole, a Palahniuk è come al solito spiazzante e poco alla volta ci prospetta uno scenario finale intricato e imprevedibile, dove le apparenti assurdità dei colpi di scena si normalizzano in un contesto già di per sé anormale. Le reminiscenze di “Fight Club” e “Survivor” sulla decadenza della società moderna e sul tentativo di fuga da essa o di annichilimento della stessa, sono ancora presenti come carattere peculiare della narrazione di Palahniuk, ma non manca comunque la voglia di esplorare tematiche nuove e la capacità di sorprendere con climax finali ad alta tensione. E infine il lettore può forse concordare con Shannon che probabilmente quel colpo di fucile non è una dannazione, ma forse una liberazione e la gestazione di una nuova vita.


“Sono un mostro invisibile, e sono incapace di amare. Non si sa cosa sia peggio.”



venerdì 24 febbraio 2012

Happy Half Century Chuck!


Uno dei miei scrittori preferiti ha da pochi giorni - precisamente il 21 febbraio scorso - compiuto 50 anni e colgo la gradita occasione per fargli gli auguri e dedicargli una serie di post con estratti dai suoi romanzi e commenti personali alle sue opere.


"...we all experience our own version of the world..."
http://blogs.houstonpress.com/artattack/2012/02/five_chuck_palahniuk_books_tha.php

domenica 11 dicembre 2011

"Amabili resti" di Alice Sebold - Dalla morte può proseguire la vita? Certo: nell'aldilà fatato di Susie, ma soprattutto nel nostro terribile mondo di sentimenti.

"Il Cielo non era perfetto. Ma finii per credere che seguendo le cose attentamente, e desiderando, avrei potuto cambiare la vita di coloro che amavo sulla Terra."

"Gli avvenimenti cui la mia morte aveva dato luogo erano semplicemente le ossa di un corpo che in un momento futuro imprevedibile sarebbe divenuto intero. Il prezzo di quel che ormai vedevo come un corpo miracoloso era stato la mia vita."


Un libro crudo e duro su un fatto di terribile violenza. Un ottimo film i Peter Jackson, anche se con qualche sostanziale variazione. Una ragazza stuprata e uccisa da un assassino seriale. E, con originalità, la vicenda viene raccontata dalla stessa defunta. Al di là del fatto scatenante e della ricerca dell'assassino da parte della polizia, del padre e della sorella, il romanzo non è né un giallo, né un thriller propriamente detto; infatti il lettore scopre molto presto chi è il colpevole, proprio perché la piccola Susie dal suo Cielo vede e racconta tutto. Allora la storia diventa interessante per comprendere l'elaborazione del lutto, vista da chi del lutto è stata la vera protagonista: Susie segue giorno per giorno e anno per anno la vita dei suoi cari e vede come dal momento della sua morte, si venga lentamente a creare un corpo di relazioni ed esperienze che sa di miracoloso. Attorno ai "amabili resti" si sviluppa l'esistenza di chi l'ha conosciuta, compresa la vita del suo terribile assassino, e Susie, colei che vive una non-esistenza in un limbo colmo di gioie e paure, si appassiona ad essi e alla loro evoluzione. Come a voler affermare che anche dalla più terribile vicenda le persone possono costruire una propria esistenza dignitosa e carica di sentimenti; perché "l'orrore sulla Terra è reale e accade tutti i giorni...è come un fiore o il sole...ed è incontenibile."


sabato 3 dicembre 2011

"Educazione siberiana" di Nicolai Lilin - Criminali onesti? La moralità non è mai univoca...



"Nella caccia non c'è posto per nessun interesse, solo per la sopravvivenza. Questa dottrina influenza l'intera legge criminale siberiana, formando una base morale che prevede umiltà e semplicità nelle azioni di ogni singolo criminale, e rispetto per la libertà di qualunque essere vivente."



Esistono i "criminali onesti"? Secondo Lilin in Transnistria, una regione dell'ex unione sovietica, si può trovare questa tipologia di uomini negli Urca, una comunità siberiana dai tratti quasi arcaici, che seguono tuttoggi le arcaiche regole della "legge criminale". Effettivamente il libro mi ha conquistato per i suoi contenuti, poiché non sapevo nulla della Transnistria e imparare qualcosa di nuovo su diverse culture mi è sempre piaciuto. Lo stile è in parte ricercato e in parte grezzo, cosa che mi fa supporre, come ha scritto qualche critico, che ci sia lo zampino di qualche furbo editore che ha "guidato" l'autore del libro. Le storie sono di certo in parte romanzate e in parte vere, per cui sono ancora più toccanti di quanto possa fare un romanzo di fantasia, comunque consiglio di leggere questo testo come un saggio, nonostante sia  presentato come un'autobiografia, per indagare da vicino i caratteri di un popolo che sembra uscito direttamente dalle pagine del Medioevo. La violenza e gli usi tradizionali di questa gente sono molte volte spiazzanti e la crudezza del racconto caratterizza sempre gli avvenimenti, per cui si astenga chi non ama le "tinte forti". L'aspetto più importante del testo, risiede nella concezione che il protagonista - e tutta la comunità Urca di riflesso - ha della moralità, una moralità di certo deviata, intrisa di concetti di onore e rispetto di rara intensità, ma anche di crudeltà e intransigenza che non lasciano spazio a sentimenti di pietà e debolezza nei confronti di chi è ritenuto colpevole di comportamenti non ammessi.
Nelle pagine finali del libro le ferme convinzioni di Lilin sembrano scemare e la risolutezza del protagonista verso i principi dei "criminali onesti" lascia spazio a una riflessione sulla giustizia e sulla reale validità del sistema degli Urca, senza però lesinare la società cosiddetta normale, dove la gente sembra "cieca e sorda ai problemi degli altri e persino ai suoi stessi problemi" e "le persone alla fine rimangono divise, senza avere niente in comune, senza provare il piacere di condividere le cose."

lunedì 28 novembre 2011

"Carmilla" di Sheridan Le Fanu - La languida minaccia ha l'aspetto di una donna

"Era più alta della media delle donne, snella e molto aggraziata. Tranne il fatto che i suoi movimenti erano languidi...molto languidi, non c'era nulla in lei che lasciasse sospettare che fosse malata. La sua carnagione era colorita e brillante; i lineamenti minuti e meravigliosamente modellati; i grandi occhi erano scuri e lucenti; i capelli erano bellissimi, non avevo mai visto dei capelli così folti e lunghi quando li lasciava sciolti sulle spalle; spesso vi infilavo una mano e ridevo, meravigliata del loro volume. Erano fini e soffici, e di un castano scuro con sfumature dorate. Amavo lasciarli ricadere sotto il loro peso come quando nella sua stanza, mentre Carmilla era seduta su una sedia e parlava con la sua voce dolcissima, io le intrecciavo le chiome e poi la rispettinavo, giocando coi suoi capelli. Cielo! Se avessi saputo!" 


"Per alcune notti dormii profondamente; ma tutte le mattine sentivo la stessa stanchezza e languore che mi opprimeva per tutto il giorno. Mi sentivo cambiata. Una strana malinconia incombeva su di me, una malinconia che non riuscivo a scrollarmi di dosso. Cominciai a nutrire vaghi pensieri di morte; la sola idea stava prendendo possesso di me, in modo gentile e, in un certo senso, piacevole. Era un'idea triste, ma insinuava in me una sensazione dolce. Qualunque cosa fosse, la mia anima ne era soggiogata...Carmilla era incantevole. Non c'era nulla di più bello del colore delle sue gote. La sua bellezza era accresciuta da quel particolare languore intrinseco della sua persona."



Mi piace spaziare tra diversi generi letterari, ed ecco qui un classico del genere fantastico e horror (sebbene ci sia un'atmosfera più gotica e cupa, che veramente terrorizzante). Amo questi tipi di romanzi, che in particolare eccellono in descrizioni fisiche e psicologiche dei personaggi. Nello specifico, nei brani che ho riportato, mi ha colpito la descrizione di Carmilla, con l'aggettivo languido che ritorna più volte nella storia, e l'attenzione per il particolare dei capelli che attraggono Laura come fossero una rete dolcissima. Nel prosieguo del racconto si notano i primi tratti distintivi del mostro che diverrà una delle figure più classiche dell'horror: il vampiro con la voce suadente, il languore, la consapevolezza di un destino maledetto, che rende spietata la creatura della notte. E ovviamente più la vittima sprofonda nelle grinfie del non morto, più quest'ultimo ottiene potere e vigore, succhiando letteralmente la linfa dall'essere prescelto. Ma il vampiro di Le Fanu, precursore del Dracula di Stoker di circa 25 anni, è melanconico, innamorato della sua vittima, sembra quasi odiarsi per la sua natura distruttiva, dunque reca in se una nota di tristezza che accompagna tutta la narrazione. Pubblicato nel 1872, non è il primo vampiro della storia (i precursori sono di inizio ottocento), ma certamente Carmilla è la figura, ancora attuale, di  pericolosa donna seduttrice, che ha definito molte caratteristiche di queste creature della notte, ispirando testi successivi e trasposizioni cinematografiche.

venerdì 25 novembre 2011

"Coco Chanel" di Louise de Vilmorin - Biografia immaginaria di una donna reale?

"Ad appena vent'anni ho fondato una casa di moda. Non fu la creazione di un'artista, come si è soliti sostenere, né quella di una donna d'affari, ma l'opera di un essere che cercava solo la libertà.”


Un libercolo scritto con leggerezza dalla confidente di Chanel, raccogliendo ed elaborando tratti delle discussioni tre le due donne e infarcendoli dello stile asciutto e carismatico della Vilmorin. I temi trattati sono l'infanzia e l'adolescenza di Coco, ma molti degli aneddoti riportati nel testo sono avvolti da un alone di incertezza, per non parlare di alcuni punti totalmente inventati dalla protagonista che ha dettato le sue "memorie" a Louise de Vilmorin. Allora, se non si tratta di una biografia classica, ma nemmeno di un racconto inventato, a cosa ci si trova di fronte? Alla vita di Coco Chanel come lei avrebbe voluto che fosse, come lei voleva che il resto del mondo la conoscesse. Un peccato che la grande stilista abbia infine litigato con la Vilmorin e la biografia si sia interrotta dopo poco. Interessante libro comunque, per capire la personalità di questa icona della moda.
Da notare soprattutto come la giovane Coco abbia già le idee chiare dal principio della sua carriera e come associ la sua creatività stilistica con la ricerca di amore e libertà, due cose che non è riuscita ad avere nella prima parte della sua vita. L'immedesimazione con il suo lavoro è tale che "chi ama le sue opere, amerà lei" perchè Coco Chanel è nei suoi abiti, come gli abiti rispecchiano lei stessa. Il punto principale della sua rivoluzione di moda è ben citato nella frase "Non somigliare a nessuno, stupire con un'eleganza discreta ed effetti poco vistosi", un'affermazione che paradossalmente contrasta con l'essenza stessa della moda, che crea uno stile seguito poi da migliaia di persone. Ma l'ammonimento di Coco è proprio quello di non fossilizzarsi mai, non esagerare nel mostrarsi agli altri, ma mai essere uniforme alla massa. Ed infine la parola amore che ricorre spesso nella biografia: la creazione di abiti come gesto d'amore nel quale riversare tutta la passione di un di un genio, e la ricerca di libertà, raggiunta solo in concomitanza col successo con l'entrata nell'olimpo degli stilisti.

lunedì 21 novembre 2011

Da "Dalia Nera" di James Ellroy

"...Dagli incontri vinti si esce sudati, con il sapore del sangue in bocca e l'umore alle stelle, pronti a ricominciare...Non avevo una donna perchè il sesso, per me, aveva lo stesso sapore del sangue, della resina e del filo di sutura..."

...Madelaine mi morse la spalla e insistette: "Sono la tua puttana".
Scoppiai in una risata. "Va bene, sei la mia violatrice del 234-A PC."
"Che cos'è?"
"E' l'articolo del codice penale della California che designa il reato di prostituzione."
Madeleine sbatté le ciglia. "Codice penale?"
"Sì, proprio in quel senso lì."
La ragazza d'alto bordo strofinò il suo musetto contro il mio.
"Mi piaci, Bucky."
"Anche tu mi piaci."
"All'inizio non ti piacevo. Dì la verità, all'inizio volevi solo scoparmi."
"E' vero."
"E quando ho cominciato a piacerti?"
"Quando ti sei tolta i vestiti di dosso.”


Un piccolo assaggio del genio megalomane che è James Ellroy...io personalmente non sono un grande amante del genere poliziesco, ma consiglio vivamente questo romanzo, tratto da un fatto di cronaca realmente accaduto in California negli anni '40. Affascinante il quadro che lo scrittore dipinge della ombrosa fauna americana che si muove nel sottobosco di uno stato che ha sempre qualche riflettore puntato su cronaca, di qualsiasi colore essa sia; l’alta borghesia, le istituzioni, le anime che marciscono nella miseria: tutto ci rimanda alle immagini di quell’atmosfera hollywoodiana disincantata, che spesso il nostro immaginario focalizza con un ispettore dal lungo soprabito alla Humphrey Bogart, uffici di polizia fumosi e disordinati e ville lussuose teatro di macabri eventi. Lo stile di Ellroy è decisamente crudo, cinico ed estremamente pungente, l'azione è incalzante e la storia molto avvincente, sebbene a volte i personaggi si accavallino e si moltiplichino in gran numero. Le frasi che riporto descrivono il protagonista della storia come un ragazzo alienato, poco avvezzo ai sentimenti e alle passioni, che sfoga il suo animo nel pugilato e nel sesso senza amore. E l'umorismo sadico di Ellroy si scatena con queste figure.

giovedì 10 novembre 2011

Da "Aspettando Godot" di Samuel Beckett


"Le lacrime del mondo sono immutabili. Non appena qualcuno si mette a piangere, un altro, chi sa dove, smette. E così per il riso. Non diciamo troppo male, perciò, della nostra epoca; non è più disgraziata delle precedenti. Ma non diciamone neanche troppo bene. Non parliamone affatto."

"Si nasce tutti pazzi. Alcuni lo restano."

"Noi aspettiamo. Ci annoiamo...ci annoiamo a morte, inutile negarlo. Bene. Si presenta una diversione, e noi che facciamo? La lasciamo marcire. Avanti, al lavoro. Tra un istante, tutto svanirà e saremo di nuovo soli nel cuore delle solitudini."

"E' pur vero d'altra parte che, soppesando a braccia incrociate il pro e il contro, facciamo ugualmente onore alla nostra condizione. La tigre si precipita in aiuto dei suoi congeneri, senza la minima riflessione. Oppure scappa nel folto della foresta. Ma non è questo il punto. Che stiamo a fare qui, ecco ciò che dobbiamo chiederci. Abbiamo la fortuna di saperlo. Si, in questa immensa confusione una cosa sola è chiara. Noi aspettiamo che venga Godot."

E: Didi.
V: Si.
E: Non posso più andare avanti così.
V: Sono cose che si dicono.
E: Se provassimo a lasciarci? Forse le cose andrebbero meglio.
V: C'impiccheremo domani. A meno che Godot non venga.
E: E se viene?
V: Saremo salvati.
E: Allora andiamo?...
...E: Andiamo.
Non si muovono.


"Aspettando Godot" - Teatro Stabile di Genova al Bonci di Cesena
E' certamente uno dei testi teatrale più difficili e criptici che abbia mai letto. Estragone e Vladimiro aspettano Godot senza sapere chi sia o cosa rappresenti (la speranza, forse lo stesso Dio?)...e con molta probabilità anche i due personaggi sono simboli di qualcosa (bene e male? altro?). L'argomento principale resta comunque l'attesa come modo per poter sopravvivere, e la consapevolezza di un motivo (il fantomatico arrivo di Godot) per restare immobili in attesa. L'immobilità dei personaggi è ripresa anche dalla prima frase che ho riportato: tutto si ripete, nella nostra epoca come in quelle precedenti o future, per cui perché perder tempo a parlarne? Meglio concentrarsi su un singolo proposito, l'attesa di Godot, anche se non se ne conosce la reale ragione; essere impegnati in qualcosa, anche un'azione futile, può dare un senso alla vita. Forse...
Un capolavoro del teatro dell'assurdo e del surreale.

martedì 25 ottobre 2011

Da "Survivor" di Chuck Palahniuk

“Il mio pesciolino rosso sguazza tutto eccitato dentro la palla di vetro appoggiata sopra il frigo, così mi allungo e lascio cadere qualche goccia di Valium nell’acqua…Questo è il mio pesciolino numero seicentoquarantuno in una vita costellata di pesciolini rossi. I miei genitori mi comprarono il primo per insegnarmi cosa significasse amare e prendersi cura di una creatura vivente del Signore. Seicentoquaranta pesci dopo, l’unica cosa che ho imparato è che tutto quello che ami morirà. La volta che incontri qualcuno di speciale, puoi farci affidamento il giorno che è già morto e sepolto.”

“La gente non vuole rimettere in sesto la propria vita. Nessuno vuole che i suoi problemi vengano risolti. I suoi drammi. Le sue distrazioni. Le sue storie risolte. I suoi casini ripuliti. Perché, che cosa mai le rimarrebbe? Solamente il grande spaventoso inconoscibile. La maggior parte della gente che mi chiama sa già cosa vuole. Alcuni vogliono morire e cercano solamente il mio permesso. Molti altri vogliono morire e hanno bisogno solamente di un piccolo incoraggiamento. Una piccola spinta. Spesso a chi è risoluto verso il suicidio non è rimasto molto senso dell’umorismo. Una parola sbagliata, e li troverai negli avvisi mortuari la prossima settimana. La maggior parte delle telefonate che ricevo sto ad ascoltarle solamente a metà. La maggior parte della gente, decido se deve vivere o se deve morire solamente dal tono della voce…suona il telefono, di nuovo. E’ un ragazzo che chiama per dirmi che sta per essere bocciato in Analisi II. Solo per una questione di praticità, gli dico, Ucciditi. Chiama una signora e dice che i suoi bambini non si comportano bene. Senza perdere un colpo, le dico, Ucciditi. Un tipo chiama per dirmi che la sua macchina non parte. Ucciditi. Una donna chiama per chiedermi a che ora comincia l’ultimo spettacolo. Ucciditi. Mi chiede: Non è il 555-1327? Non è il Cinema Moorehouse? Le rispondo, Ucciditi. Ucciditi. Ucciditi. Chiama una ragazza e mi domanda: Fa molto male morire? Be’, tesoro, le dico, sì, fa male, ma fa molto più male continuare a vivere.”

“Proprio non volevo essere aggiustato. Qualsiasi fossero i miei veri problemi, io non volevo che fossero curati. Nessuno dei piccoli segreti dentro di me voleva essere scovato e dipanato. Con i miti. Con la mia infanzia. Con la chimica. La mia paura era, che cosa mi sarebbe rimasto? E così nessuno dei miei rancori e terrori è mai uscito alla luce del giorno. Non volevo risolvere nessuna delle mie angosce.”

“Qui, nel bagno, con me ci sono delle lamette. C’è dello iodio da bere. Ci sono delle pillole per dormire da ingoiare. Puoi scegliere. Vivere o morire. Ogni respiro è una scelta. Ogni minuto è una scelta. Essere o non essere. Ogni volta che non ti butti dalla tromba delle scale, è una scelta. Ogni volta che non via a schiantarti con la macchina, ti rimetti in gioco.”

“…se Gesù Cristo fosse morto in prigione, senza nessuno a guardarlo, a torturarlo o piangerne la morte, saremmo stati salvati lo stesso?...il fattore più importante che fa di te un santo è la quantità di articoli che riesci a ottenere sulla stampa…Se non ci fosse stato nessuno a testimoniare l’agonia di Cristo, saremmo stati salvati? La chiave per la salvezza sta in quanta attenzione riesci a ottenere. Negli indici di gradimento. Nello share di pubblico. Nel numero delle tue apparizioni. Nella riconoscibilità del tuo nome. Nel tuo seguito giornalistico. Nel pettegolezzo…Realizzi che la gente fa uso di droghe perché è l’unica vera avventura intima che le rimane nel suo mondo fatto di vincoli temporali, leggi, ordini, e limiti dati dalla materia. E’ soltanto con le droghe o con la morte che vediamo qualcosa di nuovo, e la morte è un po’ troppo definitiva. Realizzi che non c’è ragione di fare nulla, se nessuno ti guarda.”

“…è la nostra sfiducia nel futuro che ci rende difficile il distacco dal passato. Non riusciamo ad abbandonare il concetto di quello che eravamo…La ragione per cui ogni volta che buttiamo via qualcosa ci assale la nostalgia è che abbiamo paura di evolvere. Di crescere, cambiare, perdere peso, reinventare noi stessi. Di adattarci.”

“Secondo l’agente, quelli là fuori che cercano un leader, lo vogliono vibrante. Lo vogliono dinamico. Lo vogliono imponente...Vogliono qualcosa di più dell’umano. Vogliono qualcosa di più della taglia normale. Nessuno vuole solo l’anatomicamente corretto. La gente vuole la magnificenza anatomica...Devi essere tutto quello che la gente normale non è. Dove loro falliscono, tu devi andare fino in fondo. Essere quello che loro hanno paura di essere. Diventare qualcuno che loro possano ammirare. La gente che vuole comprare un messia cerca la qualità. Nessuno è disposto a seguire un perdente. Quando si tratta di scegliere un salvatore, non si accontentano di un semplice essere umano.”

“Se si guarda da vicino, la storia non fa altro che ripetere se stessa. Quello che chiamiamo caos non è nient’altro che uno schema che non abbiamo riconosciuto. Quello che chiamiamo caso non è altro che uno schema che non riusciamo a decifrare. E quello che non riusciamo a capire lo chiamiamo nonsense. Ciò che non possiamo leggere, lo chiamiamo borbottio. Non esiste il libero arbitrio. Non ci sono variabili. Solo l’inevitabile esiste. C’è solo un futuro. Non c’è scelta. La brutta notizia è che noi non abbiamo nessun controllo. La buona notizia è che non possiamo fare nessun errore.”

“Guardiamo tutti gli stessi programmi televisivi. Alla radio ascoltiamo tutti le stesse cose, parliamo tutti delle stesse cose. Non c’è rimasta più nessuna sorpresa. Tutto uguale, sempre di più. Solo ripetizioni…Siamo cresciuti tutti con gli stessi show televisivi. E’ come se avessimo tutti lo stesso impianto di memoria artificiale. Non ricordiamo quasi nulla della nostra reale infanzia, eppure sappiamo perfettamente tutto quello che succedeva alle famiglie delle sitcom. Abbiamo tutti gli stessi traguardi. Tutti le stesse paure…Il futuro non è radioso. Molto presto, avremo tutti gli stessi pensieri allo stesso momento. Andremo perfettamente all’unisono. Sincronizzati. Connessi. Uguali. Gli stessi. Come formiche. Insetti. Pecore.”


E’ stato il primo libro che ho letto di Palahniuk, ed è stato subito amore a prima vista. Resta per ora il suo capolavoro , dal mio punto di vista (non ho letto “Fight Club”, il suo vero capolavoro, perché ho visto prima il film purtroppo) e sono giunto a leggere in ordine cronologico i suoi testi fino a “Ninna Nanna”. Tante affermazioni su questo autore possono essere condivise e smentite allo stesso tempo: Palahniuk è uno scrittore pulp, erede della tradizione di DeLillo, dissacrante, iconoclasta, grottesco, satirico e distruttivo. L’immagine che ci si fa di lui è certamente quella di un attento conoscitore della cultura americana, e di riflesso occidentale, moderna, afflitta dalle fobie, dalle dipendenze e dalle nemesi che imprigionano la nostra civiltà in una realtà che Palahniuk concepisce come un circo allucinante. Per questo i suoi personaggi e le sue storie sono al limite della credibilità. La normalità è talmente illusoria secondo lo scrittore, che viene deformata fino a creare dei mostri. Antieroi che seguono un processo di crescita lungo il romanzo che appare deviante e inverosimile, ma che in nessun momento appare inappropriato al lettore, perché in un mondo di quotidiane abitudini moralmente corrotte e trasformate, la normalità può essere il suicidio di massa di una setta religiosa. O l’esistenza di una linea telefonica per salvare gli aspiranti suicidi. O la scalata al successo di un predicatore televisivo, da ultimo sopravvissuto ad un massacro, senza ambizioni e senza apparenti speranze. Ogni evento è plausibile, nessuno più si stupisce di nulla, soprattutto se i media ce lo propinano all’infinito. Qualcuno ha scritto che Palahniuk non è l’espressione del nichilismo, ma del distruttivismo: distruzione e autodistruzione della realtà, non negazione, perché essa c’è ed è ben presente attorno a noi, ma pare che davvero egli non voglia cercare nulla da salvare e s’impegni a decomporla. La critica, la satira, sono ormai sorpassate, si giunge all’annientamento. E’ innegabile che tutto sia spinto all’eccesso da Palahniuk in questa sua missione senza pietà, ma nell’atto di distruzione della realtà io credo che si formi una creazione molto singolare: una consapevolezza nel lettore che molte delle accuse di Palahniuk sono vere, ci si rende conto che la realtà in cui viviamo non è poi così lontana dallo spettacolo di assurdità descritto nei suoi testi e, se filtrata con l’irrazionalità che è insita in ognuno di noi, possiamo riconoscere le storie che ci vengono raccontate proprio accanto a noi ed entrare pienamente nell’universo Palahniuk senza pericolo di esserne travolti. Filtrare dunque ogni parola dell’autore consci dell’eccesso delle quali sono caricate, ma anche consapevoli della disarmante schiettezza e verità che le stesse contengono. Lo stile di Palahniuk del resto rispecchia il suo modo d’interpretare la nostra civiltà, con frasi brevi, ad effetto, spoglie di avverbi e aggettivi, con poche e immediate descrizioni e tante, tantissime ripetizioni. Non ci ricorda forse la quotidiana dose di pubblicità che ci viene sparata dritta in vena? Il lessico poi è attinente al modus operandi del narratore, dato che il protagonista delle storie parla sempre in prima persona; vocaboli distruttivi, spesso volgari, che si confanno alle vicende, ma sempre d’immediata comprensione da parte del lettore.
Detto questo si passa al libro.
“Survivor” è una storia molto più complessa di quanto ci si possa immaginare, a mio avviso. Come spesso accade, si parte alla fine, perché a Palahniuk interessa indagare la psiche dei suoi personaggi, le motivazioni e le origini delle vicende e descrivere come sovente sia il mondo che ci circonda a farci compiere azioni che ci fanno deviare dalla routine quotidiana. Il protagonista Tender Branson dunque, comincerà la sua vita come membro di una setta religiosa, verrà spedito nel “mondo (a)normale” a lavorare per la comunità, resterà unico superstite del gruppo, dopo il suicidio di massa dei suoi confratelli e diventerà predicatore televisivo acclamato dalle folle, prima dell’inevitabile tracollo. Nel mezzo di questi eventi, tanti singolari e importanti particolari della sua esistenza, dovuti, pare, al caso; ma se siamo in accordo con un personaggio del libro, Fertility, una sorta di Cassandra che ha il dono della preveggenza del futuro (l’unica digressione “sovrannaturale” che si concede Palahniuk), il caso non esiste, il futuro è già scritto e la storia è una ripetizione di schemi, pertanto non esiste il libero arbitrio e non dobbiamo preoccuparci di sbagliare. La questione della libertà delle nostre scelte è un tema trattato da tanti scrittori e non solo in passato, ma è inquietante come in Palahniuk si leghi sottilmente al fatto che l’umanità sembra diventare giorno dopo giorno, sempre più amebica, incapace di prendere decisioni da sola, guidata dai media che la indottrinano senza lasciare scampo alla libertà e all’immaginazione personale. La gente ha paura di non essere guidata, di dover far le proprie scelte da sola. Forse è per questo che il futuro è già scritto, almeno io leggo questo significato nelle parole di Fertility. Tutto è uguale e preincartato, quindi l’unica possibilità di azione intima e unica è forse la morte, il suicidio, l’atto distruttivo in se stesso; tutto il romanzo è impregnato dell’idea dell’autodistruzione, ogni personaggio segue una sua rotta verso questo intento, nessuna figura è in grado di proporre una soluzione alternativa all’eccesso autolesionista. Se, inaspettatamente, si verificano dei cambiamenti nella vita di ognuno dei personaggi, le cause sono da riscontrare nelle dinamiche degli eventi che ruotano attorno ad essi, sono “investiti dalla vita” e quindi non paiono creatori del proprio destino, ma sembrano subirlo. Però la risposta che essi danno agli eventi non è mai scontata, ed anzi dimostra un’originalità che conferma la possibilità dell’improbabile. Quindi nel momento in cui Tender resta l’unico sopravvissuto della sua setta, quando rischia di essere accusato di diversi suicidi che paiono essere omicidi, può rispondere a tali avversità reinventandosi come guru mediatico, risorgendo come creatura unica e quindi proponendosi alla massa come figura da seguire. Tutto questo va comunque fatto seguendo le regole spietate dello showbiz, perché solo emergendo e acquisendo notorietà si può essere davvero qualcuno, solo sotto i riflettori le proprie azione hanno significato. Ma alla fine, dopo cadute e risalite, dopo scoperte e delusioni, alla ricerca di un amore e un’accettazione che più che del prossimo sembra essere rivolto a se stesso, il protagonista deve precipitare verso quel gorgo al quale tende sin dall’inizio della sua vita, la tanto agognata autodistruzione. Lo svolgimento della trama richiede attenzione da parte del lettore, anche perché Palahniuk non rispetta la linearità temporale, ma la vera lente d’ingrandimento il pubblico la deve porre sulle riflessioni dei personaggi, spesso rapidamente precipitate sulla pagina tra un fatto e l’altro, e anche sulla società descritta, che reagisce alle provocazioni dei protagonisti con tutta la scioccante e alienata follia della nostra delirante epoca.