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martedì 25 ottobre 2011

Da "Survivor" di Chuck Palahniuk

“Il mio pesciolino rosso sguazza tutto eccitato dentro la palla di vetro appoggiata sopra il frigo, così mi allungo e lascio cadere qualche goccia di Valium nell’acqua…Questo è il mio pesciolino numero seicentoquarantuno in una vita costellata di pesciolini rossi. I miei genitori mi comprarono il primo per insegnarmi cosa significasse amare e prendersi cura di una creatura vivente del Signore. Seicentoquaranta pesci dopo, l’unica cosa che ho imparato è che tutto quello che ami morirà. La volta che incontri qualcuno di speciale, puoi farci affidamento il giorno che è già morto e sepolto.”

“La gente non vuole rimettere in sesto la propria vita. Nessuno vuole che i suoi problemi vengano risolti. I suoi drammi. Le sue distrazioni. Le sue storie risolte. I suoi casini ripuliti. Perché, che cosa mai le rimarrebbe? Solamente il grande spaventoso inconoscibile. La maggior parte della gente che mi chiama sa già cosa vuole. Alcuni vogliono morire e cercano solamente il mio permesso. Molti altri vogliono morire e hanno bisogno solamente di un piccolo incoraggiamento. Una piccola spinta. Spesso a chi è risoluto verso il suicidio non è rimasto molto senso dell’umorismo. Una parola sbagliata, e li troverai negli avvisi mortuari la prossima settimana. La maggior parte delle telefonate che ricevo sto ad ascoltarle solamente a metà. La maggior parte della gente, decido se deve vivere o se deve morire solamente dal tono della voce…suona il telefono, di nuovo. E’ un ragazzo che chiama per dirmi che sta per essere bocciato in Analisi II. Solo per una questione di praticità, gli dico, Ucciditi. Chiama una signora e dice che i suoi bambini non si comportano bene. Senza perdere un colpo, le dico, Ucciditi. Un tipo chiama per dirmi che la sua macchina non parte. Ucciditi. Una donna chiama per chiedermi a che ora comincia l’ultimo spettacolo. Ucciditi. Mi chiede: Non è il 555-1327? Non è il Cinema Moorehouse? Le rispondo, Ucciditi. Ucciditi. Ucciditi. Chiama una ragazza e mi domanda: Fa molto male morire? Be’, tesoro, le dico, sì, fa male, ma fa molto più male continuare a vivere.”

“Proprio non volevo essere aggiustato. Qualsiasi fossero i miei veri problemi, io non volevo che fossero curati. Nessuno dei piccoli segreti dentro di me voleva essere scovato e dipanato. Con i miti. Con la mia infanzia. Con la chimica. La mia paura era, che cosa mi sarebbe rimasto? E così nessuno dei miei rancori e terrori è mai uscito alla luce del giorno. Non volevo risolvere nessuna delle mie angosce.”

“Qui, nel bagno, con me ci sono delle lamette. C’è dello iodio da bere. Ci sono delle pillole per dormire da ingoiare. Puoi scegliere. Vivere o morire. Ogni respiro è una scelta. Ogni minuto è una scelta. Essere o non essere. Ogni volta che non ti butti dalla tromba delle scale, è una scelta. Ogni volta che non via a schiantarti con la macchina, ti rimetti in gioco.”

“…se Gesù Cristo fosse morto in prigione, senza nessuno a guardarlo, a torturarlo o piangerne la morte, saremmo stati salvati lo stesso?...il fattore più importante che fa di te un santo è la quantità di articoli che riesci a ottenere sulla stampa…Se non ci fosse stato nessuno a testimoniare l’agonia di Cristo, saremmo stati salvati? La chiave per la salvezza sta in quanta attenzione riesci a ottenere. Negli indici di gradimento. Nello share di pubblico. Nel numero delle tue apparizioni. Nella riconoscibilità del tuo nome. Nel tuo seguito giornalistico. Nel pettegolezzo…Realizzi che la gente fa uso di droghe perché è l’unica vera avventura intima che le rimane nel suo mondo fatto di vincoli temporali, leggi, ordini, e limiti dati dalla materia. E’ soltanto con le droghe o con la morte che vediamo qualcosa di nuovo, e la morte è un po’ troppo definitiva. Realizzi che non c’è ragione di fare nulla, se nessuno ti guarda.”

“…è la nostra sfiducia nel futuro che ci rende difficile il distacco dal passato. Non riusciamo ad abbandonare il concetto di quello che eravamo…La ragione per cui ogni volta che buttiamo via qualcosa ci assale la nostalgia è che abbiamo paura di evolvere. Di crescere, cambiare, perdere peso, reinventare noi stessi. Di adattarci.”

“Secondo l’agente, quelli là fuori che cercano un leader, lo vogliono vibrante. Lo vogliono dinamico. Lo vogliono imponente...Vogliono qualcosa di più dell’umano. Vogliono qualcosa di più della taglia normale. Nessuno vuole solo l’anatomicamente corretto. La gente vuole la magnificenza anatomica...Devi essere tutto quello che la gente normale non è. Dove loro falliscono, tu devi andare fino in fondo. Essere quello che loro hanno paura di essere. Diventare qualcuno che loro possano ammirare. La gente che vuole comprare un messia cerca la qualità. Nessuno è disposto a seguire un perdente. Quando si tratta di scegliere un salvatore, non si accontentano di un semplice essere umano.”

“Se si guarda da vicino, la storia non fa altro che ripetere se stessa. Quello che chiamiamo caos non è nient’altro che uno schema che non abbiamo riconosciuto. Quello che chiamiamo caso non è altro che uno schema che non riusciamo a decifrare. E quello che non riusciamo a capire lo chiamiamo nonsense. Ciò che non possiamo leggere, lo chiamiamo borbottio. Non esiste il libero arbitrio. Non ci sono variabili. Solo l’inevitabile esiste. C’è solo un futuro. Non c’è scelta. La brutta notizia è che noi non abbiamo nessun controllo. La buona notizia è che non possiamo fare nessun errore.”

“Guardiamo tutti gli stessi programmi televisivi. Alla radio ascoltiamo tutti le stesse cose, parliamo tutti delle stesse cose. Non c’è rimasta più nessuna sorpresa. Tutto uguale, sempre di più. Solo ripetizioni…Siamo cresciuti tutti con gli stessi show televisivi. E’ come se avessimo tutti lo stesso impianto di memoria artificiale. Non ricordiamo quasi nulla della nostra reale infanzia, eppure sappiamo perfettamente tutto quello che succedeva alle famiglie delle sitcom. Abbiamo tutti gli stessi traguardi. Tutti le stesse paure…Il futuro non è radioso. Molto presto, avremo tutti gli stessi pensieri allo stesso momento. Andremo perfettamente all’unisono. Sincronizzati. Connessi. Uguali. Gli stessi. Come formiche. Insetti. Pecore.”


E’ stato il primo libro che ho letto di Palahniuk, ed è stato subito amore a prima vista. Resta per ora il suo capolavoro , dal mio punto di vista (non ho letto “Fight Club”, il suo vero capolavoro, perché ho visto prima il film purtroppo) e sono giunto a leggere in ordine cronologico i suoi testi fino a “Ninna Nanna”. Tante affermazioni su questo autore possono essere condivise e smentite allo stesso tempo: Palahniuk è uno scrittore pulp, erede della tradizione di DeLillo, dissacrante, iconoclasta, grottesco, satirico e distruttivo. L’immagine che ci si fa di lui è certamente quella di un attento conoscitore della cultura americana, e di riflesso occidentale, moderna, afflitta dalle fobie, dalle dipendenze e dalle nemesi che imprigionano la nostra civiltà in una realtà che Palahniuk concepisce come un circo allucinante. Per questo i suoi personaggi e le sue storie sono al limite della credibilità. La normalità è talmente illusoria secondo lo scrittore, che viene deformata fino a creare dei mostri. Antieroi che seguono un processo di crescita lungo il romanzo che appare deviante e inverosimile, ma che in nessun momento appare inappropriato al lettore, perché in un mondo di quotidiane abitudini moralmente corrotte e trasformate, la normalità può essere il suicidio di massa di una setta religiosa. O l’esistenza di una linea telefonica per salvare gli aspiranti suicidi. O la scalata al successo di un predicatore televisivo, da ultimo sopravvissuto ad un massacro, senza ambizioni e senza apparenti speranze. Ogni evento è plausibile, nessuno più si stupisce di nulla, soprattutto se i media ce lo propinano all’infinito. Qualcuno ha scritto che Palahniuk non è l’espressione del nichilismo, ma del distruttivismo: distruzione e autodistruzione della realtà, non negazione, perché essa c’è ed è ben presente attorno a noi, ma pare che davvero egli non voglia cercare nulla da salvare e s’impegni a decomporla. La critica, la satira, sono ormai sorpassate, si giunge all’annientamento. E’ innegabile che tutto sia spinto all’eccesso da Palahniuk in questa sua missione senza pietà, ma nell’atto di distruzione della realtà io credo che si formi una creazione molto singolare: una consapevolezza nel lettore che molte delle accuse di Palahniuk sono vere, ci si rende conto che la realtà in cui viviamo non è poi così lontana dallo spettacolo di assurdità descritto nei suoi testi e, se filtrata con l’irrazionalità che è insita in ognuno di noi, possiamo riconoscere le storie che ci vengono raccontate proprio accanto a noi ed entrare pienamente nell’universo Palahniuk senza pericolo di esserne travolti. Filtrare dunque ogni parola dell’autore consci dell’eccesso delle quali sono caricate, ma anche consapevoli della disarmante schiettezza e verità che le stesse contengono. Lo stile di Palahniuk del resto rispecchia il suo modo d’interpretare la nostra civiltà, con frasi brevi, ad effetto, spoglie di avverbi e aggettivi, con poche e immediate descrizioni e tante, tantissime ripetizioni. Non ci ricorda forse la quotidiana dose di pubblicità che ci viene sparata dritta in vena? Il lessico poi è attinente al modus operandi del narratore, dato che il protagonista delle storie parla sempre in prima persona; vocaboli distruttivi, spesso volgari, che si confanno alle vicende, ma sempre d’immediata comprensione da parte del lettore.
Detto questo si passa al libro.
“Survivor” è una storia molto più complessa di quanto ci si possa immaginare, a mio avviso. Come spesso accade, si parte alla fine, perché a Palahniuk interessa indagare la psiche dei suoi personaggi, le motivazioni e le origini delle vicende e descrivere come sovente sia il mondo che ci circonda a farci compiere azioni che ci fanno deviare dalla routine quotidiana. Il protagonista Tender Branson dunque, comincerà la sua vita come membro di una setta religiosa, verrà spedito nel “mondo (a)normale” a lavorare per la comunità, resterà unico superstite del gruppo, dopo il suicidio di massa dei suoi confratelli e diventerà predicatore televisivo acclamato dalle folle, prima dell’inevitabile tracollo. Nel mezzo di questi eventi, tanti singolari e importanti particolari della sua esistenza, dovuti, pare, al caso; ma se siamo in accordo con un personaggio del libro, Fertility, una sorta di Cassandra che ha il dono della preveggenza del futuro (l’unica digressione “sovrannaturale” che si concede Palahniuk), il caso non esiste, il futuro è già scritto e la storia è una ripetizione di schemi, pertanto non esiste il libero arbitrio e non dobbiamo preoccuparci di sbagliare. La questione della libertà delle nostre scelte è un tema trattato da tanti scrittori e non solo in passato, ma è inquietante come in Palahniuk si leghi sottilmente al fatto che l’umanità sembra diventare giorno dopo giorno, sempre più amebica, incapace di prendere decisioni da sola, guidata dai media che la indottrinano senza lasciare scampo alla libertà e all’immaginazione personale. La gente ha paura di non essere guidata, di dover far le proprie scelte da sola. Forse è per questo che il futuro è già scritto, almeno io leggo questo significato nelle parole di Fertility. Tutto è uguale e preincartato, quindi l’unica possibilità di azione intima e unica è forse la morte, il suicidio, l’atto distruttivo in se stesso; tutto il romanzo è impregnato dell’idea dell’autodistruzione, ogni personaggio segue una sua rotta verso questo intento, nessuna figura è in grado di proporre una soluzione alternativa all’eccesso autolesionista. Se, inaspettatamente, si verificano dei cambiamenti nella vita di ognuno dei personaggi, le cause sono da riscontrare nelle dinamiche degli eventi che ruotano attorno ad essi, sono “investiti dalla vita” e quindi non paiono creatori del proprio destino, ma sembrano subirlo. Però la risposta che essi danno agli eventi non è mai scontata, ed anzi dimostra un’originalità che conferma la possibilità dell’improbabile. Quindi nel momento in cui Tender resta l’unico sopravvissuto della sua setta, quando rischia di essere accusato di diversi suicidi che paiono essere omicidi, può rispondere a tali avversità reinventandosi come guru mediatico, risorgendo come creatura unica e quindi proponendosi alla massa come figura da seguire. Tutto questo va comunque fatto seguendo le regole spietate dello showbiz, perché solo emergendo e acquisendo notorietà si può essere davvero qualcuno, solo sotto i riflettori le proprie azione hanno significato. Ma alla fine, dopo cadute e risalite, dopo scoperte e delusioni, alla ricerca di un amore e un’accettazione che più che del prossimo sembra essere rivolto a se stesso, il protagonista deve precipitare verso quel gorgo al quale tende sin dall’inizio della sua vita, la tanto agognata autodistruzione. Lo svolgimento della trama richiede attenzione da parte del lettore, anche perché Palahniuk non rispetta la linearità temporale, ma la vera lente d’ingrandimento il pubblico la deve porre sulle riflessioni dei personaggi, spesso rapidamente precipitate sulla pagina tra un fatto e l’altro, e anche sulla società descritta, che reagisce alle provocazioni dei protagonisti con tutta la scioccante e alienata follia della nostra delirante epoca.

martedì 18 ottobre 2011

"Drive" di Nicolas Winding Refn - Come farsi guidare da amore e violenza

Una riflessione che ho scritto verso mezzanotte, appena tornato a casa dopo aver visto il film: avviso i lettori che ci sono alcune anticipazioni sul finale, le ho scritte in corsivo e in rosso in modo da evidenziarle in caso qualcuno non avesse ancora visto la pellicola, che consiglio vivamente!
Può un film d'azione essere indipendente? Avere una produzione indipendente, una distribuzione indipendente, avere uno "stile" indipendente, insomma fregiarsi dell'etichetta di "film d’autore"? Drive assolutamente sì, e aver vinto la Palma d’Oro per la regia a Cannes, lo conferma nel migliore dei modi. La storia è basilare, semplice e di certo già vista: protagonista un malvagio dal cuore d’oro, un cattivo con una sua etica morale, un uomo che infrange la legge per vivere, ma che desidera ardentemente una vita normale, con un amore da trovare magari nella vicina della porta accanto. Naturalmente finirà nei guai per aiutare la sua bella e scorrerà del sangue. Fin qui nulla di nuovo. Ma sono i dettagli a fare la differenza. Primo fra tutti il fantastico Ryan Gosling, attore di nuova generazione, che personalmente ho apprezzato moltissimo in “The Believer”, la sua prima prova da protagonista; poi si è invischiato in produzioni non troppo felici ed è riemerso di recente in “Half Nelson”, “Lars e una ragazza tutta sua” e “Blue Valentine” che non ho visto ma recupererò presto, e in “Il caso Thomas Crowne” dove duetta magnificamente con Sir Anthony Hopkins. La faccia di Gosling è perfetta nell’incarnare questo scomodo figuro che si aggira con ostinato silenzio per le strade di Los Angeles, una faccia pulita da ragazzo qualunque e per bene, che sfoggia un sorriso tirato senza far intravedere i denti, per non esporsi troppo alla vita che lo circonda; ma anche un viso determinato e colmo di insaziabile spietatezza, quando la vendetta e l’istinto di protezione s'impadroniscono del suo animo, sfociante in un sadismo che lascia il “ragazzo” - così viene chiamato per tutto il film - sudato e spossato al termine del suo sporco lavoro con le malcapitate vittime. In effetti non serve dare un nome al protagonista, “ragazzo” va più che bene, poiché egli incarna un ideale, quella apparentemente innocente voglia di proteggere un caro a costo di commettere malvagità, quella giustizia privata che ognuno di noi brama nel profondo del cuore, quell’impossibilità di vivere con un lavoro semplice e onesto. Lo sguardo di Gosling è sempre misurato, ma in ogni momento riesce, pur parlando pochissimo, a trasmettere le emozioni del suo personaggio, e quando in un punto del film il “ragazzo” si mette una maschera per compiere uno dei suoi atti di vendetta, non sembra affatto stonare sulla sua figura, forse perché per tutta la storia egli ne ha portata una. Forse potrebbe togliersi quella maschera solo aprendo il suo cuore alla vicina di casa che sogna di amare e che invece può solo difendere dal male che la circonda. E dunque il male va mostrato. La violenza deve essere presente e il regista Nicolas Winding Refn sa bene che anche le immagini più crude sono necessarie. Perché è il mondo ad essere crudele, non il “ragazzo”. Gli eventi costringono il protagonista alla violenza, sadica e impietosa, il regista non può esimersi dal mostrarla. Ma Refn si ferma sempre un passo prima di cadere nel baratro delle immagini alla "Hostel", conscio che deve portare l’osservatore a un punto di repulsione tale, da accrescere l’odio per i veri cattivi e la simpatia per il nostro (anti)eroe. Perché la violenza del “ragazzo” è sempre percepita dallo spettatore come vissuta anche da egli stesso, come "piovuta" addosso al protagonista, non gratuita, né voluta, ma sempre necessaria e per questo ancora più odiosa, perché sfigura un animo capace di atti dolci e buoni, come si deduce dalla prima parte del film. Le musiche che accompagnano la narrazione sono un altro tocco di classe, sempre delicate, un sottofondo elettrico di una Los Angeles quasi diafana, spesso ripresa di notte con le sue miriadi di strade, incroci e semafori; particolarmente apprezzata, per quanto mi riguarda, la canzone di chiusura. Un'ultima nota per la regia: il premio vinto a Cannes parla da solo, ma da sottolineare come questo giovane regista danese, autore spesso anche delle sceneggiature dei suoi film, abbia un tocco leggero, mai troppo invasivo, muovendo la cinepresa con sguardo distaccato senza quasi voler disturbare l’andamento della storia; la scena poetica dell’ascensore diventa dunque a mio avviso un capolavoro d’intensità emotiva e di accelerazione di violenza, in bilico tra innocenza e mostruosità. E con la sguardo distaccato già menzionato, il regista stacca le riprese con il “ragazzo” che guida, senza dare giudizi su tutta la faccenda, senza avere il coraggio di mostrarci come davvero va a finire; perché anche Refn si affeziona al protagonista e non se la sente di mettere la parola “fine” alla sua esistenza. Quella ferita al ventre è presumibilmente mortale, ma nessuno spettatore vuole vedere Gosling esalare l’ultimo respiro, ognuno vuole invece poter immaginare in un angolo della mente che vivrà felice con la sua amata, o forse, più verosimilmente, vuole ricordarselo come nell’ultimo fotogramma del film: alla guida della sua auto. Perché è quello ciò che sa fare meglio: guidare.

sabato 15 ottobre 2011

Da "La Strada" di Cormac McCarthy

"Quando si svegliava in mezzo ai boschi nel buio e nel freddo della notte allungava la mano per toccare il bambino che gli dormiva accanto. Notti più buie del giorno e giorni uno più grigio di quello appena passato. Come l'inizio di un freddo glaucoma che offuscava il mondo. La sua mano si alzava e si abbassava a ogni prezioso respiro."

"Freddo e silenzio. Le ceneri del mondo defunto trasportate qua e là nel nulla da lugubri venti terreni. Trascinate, sparpagliate e trascinate di nuovo. Ogni cosa sganciata dal proprio ancoraggio. Sospesa nell'aria cinerea. Sostenuta da un respiro, breve e tremante. Se solo il mio cuore fosse pietra."

"...si diceva che i sogni giusti per un uomo in pericolo erano sogni di pericolo, e tutto il resto era il richiamo languido della morte."

"Domanda: che differenza c'è fra ciò che non sarà mai e ciò che non è mai stato?"

"Gente seduta sul marciapiede all'alba, mezzo immolata e con i vestiti fumanti. Come suicidi mancati in una setta. Altri venivano in loro aiuto. Nel giro di un anno c'erano roghi sulle creste dei monti e allucinate litanie nell'aria. Le urla degli assassinati. Di giorno i morti impalati lungo la strada. Che cosa avevano fatto? Arrivò a credere che nella storia del mondo forse c'era più castigo che delitto, ma non ne trasse grande conforto."

"Nessuna lista di cose da fare. Ogni giornata sufficente a se stessa. Ogni ora. Non c'è un dopo. Il dopo è già qui. Tutte le cose piene di grazia e bellezza che ci portiamo nel cuore hanno un'origine nel dolore. Nascono dal cordoglio e dalle ceneri. Ecco, sussurrò al bambino addormentato. Io ho te."

"Il mondo che si riduceva a un nocciolo nudo di entità analizzabili. I nomi delle cose che seguivano lentamente le cose stesse nell'oblio. I colori. I nomi degli uccelli. Le cose da mangiare. E infine i nomi di ciò in cui uno credeva. Più fragili di quanto avesse mai pensato. Quanto di tutto questo era scomparso? Il sacro idioma privato dei suoi referenti e quindi della sua realtà. Ripiegato su se stesso come un essere che cerca di preservare il calore. Prima di chiudere gli occhi per sempre."

"...La gente si preparava sempre al domani. A me sembrava assurdo. Il domani non si stava certo preparando a loro. Non sapeva neppure che esistessero...Anche se uno sapesse cosa fare, non saprebbe cosa fare comunque. Non sprebbe se lo vuole fare o no. Cosa farebbe lei se fosse l'ultimo rimasto? Cosa farebbe se la colpa fosse sua?...
"...se uno fosse l'ultimo uomo sulla faccia della terra, come farebbe a saperlo?"
"Bè, suppongo che non lo saprebbe. Lo sarebbe e basta."
"Non lo saprebbe nessuno."
"Non cambierebbe nulla. Quando si muore è come se morissero anche tutti gli altri."
"Immagino che Dio lo saprebbe. Dico bene?"
"Non c'è nessun Dio."
"Ah no?"
"Non c'è nessun Dio e noi siamo i suoi profeti."
"...Dove gli uomini non riescono a vivere gli dei non se la cavano certo meglio. Vedrà. Stare da soli è il minore dei mali...Le cose andranno meglio quando non ci sarà più nessuno."
"Davvero?"
"Certo."
"Meglio per chi?"
"Per tutti."
"...Quando ce ne saremo andati tutti qui resterà solo la morte, e anche lei avrà i giorni contati. Vagherà per la strada senza niente da fare e nessuno a cui farlo. Dirà: dove sono finiti tutti? Ecco come andrà. E che c'è di male?"

"Forse, guardandone la distruzione, finalmente sarebbero riusciti a vedere come era fatto il mondo. I mari, le montagne. Il poderoso controspettacolo delle cose che cessano di esistere. La sconfinata desolazione, idropica e gelidamente terrena. Il silenzio."




Ho deciso di cominciare con questo libro perché è uno dei miei preferiti e l'ho ripreso in mano per un'altra occasione proprio pochi giorni fa. Chi mi conosce già da Facebook potrebbe aver già letto tutto quanto in una delle note che a volte riporto, ma è ugualmente invitato a lasciare un commento, se desidera. Cosa ne pensate del testo, se lo avete letto? E per chi non lo ha fatto, quali riflessioni ispirano gli estratti che ho scelto?
Per quanto mi riguarda, McCarthy è un poeta moderno, che racconta la devastazione di un futuro post-apocalittico senza doverne spiegare le cause. Descrivendo solo la purezza del rapporto tra un padre e un figlio. L'amore dell'uomo verso il bambino e la vita del bambino in un mondo defunto. L'ostinata resistenza di una creatura, che vede nel piccolo l'ultimo alito di speranza, e il terrore della perdita, in ogni pensiero del figlio. Non ci sono molti momenti di azione nella storia: come il mondo silenzioso e cadaverico, anche gli eventi sono rari e spesso funesti. L'obbiettivo è sempre il giorno seguente, la ricerca di cibo e di qualsiasi cosa che possa allungare la non-vita dei protagonisti. E le parti più intense della narrazione sono sempre gli scarni dialoghi tra padre e figlio, che sovente si ripetono, simili l'uno all'altro, poiché sono finiti i tempi nei quali erano molte le cose da dire. E infatti "il sacro idioma" non ha più i suoi referenti, perché tutto è distrutto e allora perde anch'esso di senso e significato. E poi i pensieri angosciati del padre, le sue riflessioni su Dio, i ricordi del mondo passato, della moglie che ha scelto un'altra strada, gli interrogativi su se stesso e sul perché continua a non arrendersi. Nel mezzo, gli incontri coi disperati e gli assassini e lo splendido confronto col vecchio Ely, ultimo profeta, che dispensa la sua saggezza con distacco e disillusione. E alla fine anche lui se ne va, come la cenere portata dal vento. Come tutti. Perché anche in un pianeta devastato e morente ci sono sempre delle vie da percorrere. E ognuno deve saper trovare la sua strada.

Welcome!

Welcome! Benvenuti a tutti! Mi sono convinto a scrivere questo blog per fissare le riflessioni che spesso scaturiscono dalla lettura di un libro, dalla visione di un film, o da tante altre esperienze personali. Naturalmente sono alle prime armi e di certo la pagina necessita di miglioramenti o variazioni che spero potrò apportare col tempo e coi consigli di tutti. E' una sorta di mio specchio interiore, pertanto ovviamente non ci sono verità assolute. Il desiderio di conoscere altre idee, pensieri, critiche, mi porta a voler condividere certe considerazioni con tutti coloro che vogliono discutere serenamente dei più vari argomenti. Ciò che intendo fare qui è scrivere di letteratura, cinema o teatro, riportando a volte brani di testi oppure "recensendo" una pellicola o uno spettacolo e, nonostante io non sia affatto un critico, attendere gli eventuali vostri commenti e intraprendere una discussione. Mi piacerebbe avere i pareri di chi la pensa come me, ma anche la partecipazione di chi non condivide le mie parole, in modo da poter costruire un dibattito stimolante. Tutti sono invitati a prender parte a questa crociera nell'oceano delle nostre idee, nessuno qui è un maestro di grammatica, io per primo, dunque non serve nessuno strumento se non la passione per la cultura, e ogni parere, purché rispettoso di quelli altrui, è pienamente accettato - "La libertà degli altri, lungi dall’essere un limite o la negazione della mia libertà, ne è invece la condizione necessaria e la conferma." - Michail Bakunin, "Dio e lo Stato", 1871/82